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Dai ringhi alle fusa: la straordinaria storia di come ho salvato la mia Tabata

Quattro mesi chiusa in bagno.
Quattro mesi a soffiarmi addosso appena mi vedeva.
Quattro mesi di aggressioni al vetro della portafinestra del balcone se solo osavo sfiorarlo.
Quattro mesi di aerosol in modalità canna da pesca, con il terminale legato a una cannetta lunga un metro e mezzo e lei spalle al muro a ringhiare e tentare di aggredirmi.

Quattro mesi di medicine nel cibo, di appostamenti notturni per capire quando mangiava perché usciva dalla cuccetta solo a tarda sera o di mattina, prima dell’alba, e più la medicina rimaneva nel cibo, più ne assorbiva il sapore e lei rifiutava di mangiare.
Quattro mesi di mocio nasale costante, di tosse, di asma, di occhi terrorizzati.

Poi i miglioramenti, la semi-rassegnazione alla mia presenza e l’apertura della porta del bagno: dai vai, perlustra la casa, fai conoscenza con Vinnie e Lena, prendi possesso del territorio.
Vederla timidamente esplorare ogni stanza, tranne lo studio e la camera da letto: lì c’era il nemico, cioè io.

Ignorarla tenendola d’occhio.
Far giocare Vinnie e Lena per stimolare la sua curiosità.
Obiettivo raggiunto: loro due sul tappeto, lei nascosta sotto al divano dello studio, a osservare.
Un giorno, due, una settimana… sempre là sotto, a osservare i giochi altrui.
Poi, ok gioco anche io: un nastrino delle confezioni dei panettoni, quelli con le due estremità di plastica dura, che sul pavimento fanno tactactac, legato a un cordino. Un richiamo per lei irresistibile, ancora oggi.
Era bello vederla giocare, anche se tra un salto e una corsetta volavano soffiate perché mi stavo avvicinando troppo.
E un altro mese è passato, senza che riuscissi ad avvicinarmi a meno di due metri.

La svolta venne con il tunnel per gatti, foderato di lana bianca, lasciato lì sul tappeto, con un’estremità vicino alla gamba del divano.
C’è cascata subito: trasloco da sotto al divano a dentro al tunnel, facendo capolino con la punta del naso come per dirmi, sono ancora nascosta, ma mi sono avvicinata ai giochi.
E lì, nel tempo, l’ho fregata: mi sedevo sul divano, lei sempre dentro al tunnel, io le facevo sventolare il nastrino sotto al naso e con l’altra mano la sfioravo sulla coda, per iniziare ad abituarla al primo contatto umano.
Ero sicura che non potesse girarsi per graffiarmi, quindi ero abbastanza tranquilla.
Lei no, più sdegnata che spaventata, ai primi tentativi usciva dal tunnel soffiando mentre scappava sotto al divano. Per poi ritornare nel tunnel dopo poco, quando ricominciavo a far giocare Vinnie e Lena.



É andata avanti così per circa un mese: dalla coda, pian piano sono arrivata al dorso, con piccoli tocchi, fino a tenere la mano posata sulla schiena. Lei si limitava a soffiare ma rimaneva lì, e giocava da dentro al tunnel con il nastrino.
Non potevo toccarla quando era fuori dal tunnel: soffiava ancora e tentava di graffiarmi.
Ok, è ancora troppo presto, messaggio ricevuto.

Poi, una mattina, mi sveglio e me la vedo in fondo al letto, seduta, a osservarmi. Siamo rimaste lì, occhi negli occhi, io senza muovermi né profferire verbo. Giusto una manciata di secondi. Le ho detto: “Ma ciao!”. Risposta? Soffiata e giù dal letto.
Che pazienza.

Il primo contatto, da lei cercato, c’è stato dopo un mese: a fianco della poltrona ho un pouf su cui è solita dormire Lena. Con la coda dell’occhio vedo Tabata avvicinarsi, salire sul pouf e rimanere lì a guardarmi. A meno di mezzo metro.
Pian piano allungo la mano, porgendole il palmo, per farla annusare. Non ci casca, ma non scappa. Ci pensa un attimo, poi alza la zampina e dà due sberlette, lievissime, alla punta delle dita, senza estrarre le unghie.
E se ne va. Senza soffiare.

Da quel giorno sono passati due anni, ed è stato un crescendo – seppur lentissimo – di confidenza.
Ricordo ancora la prima volta che ha strusciato il muso sulle mie dita: stavo spazzolando Vinnie, sul letto, lei è salita ed è corsa ad accucciarsi vicino a lui (sono inseparabili), poi ha alzato il musetto, piegando la testina e avvicinandola alla mia mano. Si è strusciata per sbaglio, forse pensava fosse Vinnie, non so. Appena ha capito è scappata, ma è rimasta in fondo al letto, perplessa.

E arriviamo a oggi: ormai è quasi totalmente confidente, si mette spesso a pancia all’aria facendosi accarezzare, ed è una fusona, un trattore di fusa.
Tuttavia le è rimasto l’istinto randagio, non si abbandona mai totalmente. Per dire, le zampe rimangono off limits, appena gliele sfioro, scappa.
Quando decide una posizione, non c’è verso di spostarla, si infastidisce e se ne va.
A ogni rumore, salta su, si mette in modalità suricati e rimane sul chi va là, mentre gli altri due continuano a ronfare.

Ha i suoi rituali.
Il cibo: attende il suo turno. Tre ciotole uguali, lei aspetta che Vinnie e Lena scelgano la loro, per poi andare sull’ultima rimasta libera.
Quando do loro la carne, devo mettermi tra lei e gli altri due, altrimenti gliela rubano perché lei è lenta: deve annusare uno per uno ogni pezzetto di carne, per poi scegliere quello che più le aggrada al momento. E ripete il rituale per ogni boccone, guardandosi le spalle per controllare dove sono gli altri due (di solito a un metro di distanza, seduti e speranzosi di ricevere da me qualche boccone, come premio per la pazienza – mia e loro).

Ma il rituale più bello, per entrambe, è la sera.
Tutte le sere, appena spengo le luci in sala o nello studio, lei corre in camera perché SA che è giunta l’ora.
Salta sul letto, rimane in fondo, si siede con gli occhioni spalancati, con lo stesso sguardo di sempre, un misto di stupore e attesa, e aspetta che mi sdrai e mi sistemi.
Poi arriva e si accuccia a cucchiaio sulla mia pancia, fuori dalle coperte.
Rimane lì dieci minuti, a fuseggiare, non di più, e se ne va.
La mattina spesso me la ritrovo accucciata addosso, ma appena muovo mezzo dito, se ne va.

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